Sovrapopolazione mondiale

La sovrapopolazione del nostro pianeta è un problema che per motivi ideologici e politici viene sottovalutato, sottaciuto e addirittura negato. Al tempo stesso è uno dei problemi più importanti, che crea svariati danni all’intera umanità oltre che all’ecosistema. Danni che più vengono ignorati, più sarà difficile e doloroso tentare di risolvere in futuro.

Con l’aumento del numero di esseri umani nel pianeta, aumenta il bisogno di energia per trasporti, cibo e produzione di qualsiasi bene e servizio. Questo determina maggiore inquinamento e maggiore riscaldamento globale, e sarà così anche nel lontano futuro in cui sarà incrementato l’uso di strumenti di produzione di energia più ecologici, perché niente può essere ecologico al 100%. Innegabilmente, ogni essere umano inquina, dunque più umani significano più inquinamento. Dall’inizio del 1900 la popolazione mondiale è cresciuta di 4 volte. Le emissioni dei gas serra si sono moltiplicate per 16.
La popolazione dell’Africa sub-Sahariana, col ritmo attuale, nel 2100 crescerà di 3 miliardi di individui (una quantità di persone pari all’intera popolazione mondiale nel 1960). Se le emissioni pro capite di CO2 raggiungeranno l’attuale media mondiale (4,8 tonnellate all’anno a testa), o anche soltanto un terzo di essa, il totale di emissioni provenienti da quest’area sarà superiore al totale delle emissioni degli USA.

Maggiore è il numero di esseri umani, maggiore è la necessità di spazi da invadere, deturpando gli ambienti naturali per abitazioni e coltivazioni.

Maggiore è la popolazione umana, più diminuisce la biodiversità: dal rapporto di Living Planet del 2016, pubblicato dal WWF emerge che in 40 anni il numero di animali vertebrati nel mondo si è dimezzato. Il numero degli esseri umani invece è, guarda caso, raddoppiato. L’occupazione di spazi naturali da parte degli umani porta all’espulsione di certi animali con cui non può convivere, in particolare la megafauna, cioè i grandi animali selvatici. Ad esempio in Francia è tuttora irrisolto il problema della condivisione di alcuni territori coi lupi, pur essendo questi animali non molto pericolosi per l’uomo.
Oggi la megafauna è presente in spazi per lo più disabitati, come la Siberia, il Canada, l’Amazzonia, e in alcuni grandi parchi africani. Il Canada è un paese particolarmente ricco e consumatore, ma conserva le sue foreste e la sua fauna grazie alla sua bassa densità di popolazione (un cinquantaduesimo di quella italiana).
Anche l’Africa, soprattutto in passato, aveva una grande ricchezza in termini di ambienti naturali e specie animali. Recentemente, però, la megafauna in Africa è molto diminuita, e questo è dovuto in larga misura all’esplosione demografica.

Più alto è il numero di esseri umani, maggiore è la disoccupazione, che è già un grande problema. Organizzare meglio la società, abbassare le tasse e modificare il diritto del lavoro sono strategie che possono portare a risultati minimi e non durevoli. Al contrario di quello che di solito dicono i politici (di destra e di sinistra), la disoccupazione è risolvibile solo se diminuisce il numero di disoccupati. In Germania il decremento della popolazione ha diminuito la disoccupazione.
Ricordiamo anche che se ci sono molte persone in cerca di lavoro, il costo della manodopera si abbassa, e per un datore di lavoro sarà più facile vessare i propri dipendenti dicendo loro che se non gradiscono determinate condizioni possono andarsene, dato che saranno sostituiti velocemente e facilmente, data la lunga coda di persone che ambisce a quell’impiego pur di avere uno stipendio anche piccolo.

Maggiore è la popolazione di una nazione, più è difficile avere un’abitazione di proprietà o in affitto, perché salgono i prezzi degli immobili. Stesso problema per chi ha necessità di un immobile per aprire un’azienda. Non a caso il decremento della popolazione tedesco ha fatto abbassare i costi degli alloggi.

Per il bene degli esseri umani e del pianeta, sono necessarie politiche di educazione della popolazione alla moderazione della natalità.

Seguono le obiezioni più comuni e le relative risposte (La principale fonte per la creazione di questo documento è questa pagina dell’associazione francese “Demographie Responsable”).

OBIEZIONI DEL TIPO “LA TERRA NON È SOVRAPPOPOLATA”

1) “La Terra è quasi vuota: molti luoghi sono deserti.”

Oggi la maggior parte dei deserti (Antartide, Groenlandia, Sahara, zone di alta montagna) non sono abitabili dagli umani.
La foresta amazzonica e alcune foreste primarie africane potrebbero essere abitabili, ma questo significherebbe disboscarle completamente e porre fine all’esistenza di tantissime specie animali.

Rimangono poi la Siberia e alcune regioni a nord del Canada, ma non ovunque, visto il clima rigido e il suolo difficile da coltivare.

Queste regioni sono le uniche in cui esiste una grande quantità di fauna selvatica al di fuori dei parchi nazionali.

La Mongolia, talvolta citata, ha un clima ostile, come la punta sud dell’America.

Anche l’Australia centrale è scarsamente popolata, ma è relativamente sterile.

Ricordiamoci che quando un’area è ostile, per renderla abitabile c’è bisogno di importazione di qualsiasi cosa: petrolio, cibo, acqua, con un conseguente danno ambientale ancora maggiore.

2) ”La Terra non può dirsi sovrappopolata: l’intera popolazione terrestre potrebbe essere ospitata sulla sola superficie della Francia o del Texas.”

Mettendo 7,5 miliardi in una superficie come quella della Francia o del Texas la densità di popolazione sarebbe di 10-11mila abitanti per Km quadrato, cioè la metà di quella di Parigi. C’è chi promuove la densificazione della popolazione delle città allo scopo di lasciare i restanti luoghi alla natura. Questo ricorda il romanzo “The world inside” di Robert Silverberg, dove però la parte non urbanizzata del mondo è dedicata all’agricoltura intensiva. Ma questo non succederà mai, perché la maggior parte di persone, comprensibilmente, preferisce vivere in campagna o comunque in luoghi non affollati. Del resto fa parte della natura umana desiderare il contatto con la natura e non solo col cemento.

3) “L’Africa è un continente sottopopolato: la sua densità di popolazione è di soli 54 abitanti per km quadrato.”

Questa considerazione è fuorviante: un terzo dell’Africa è inabitabile (deserti del Sahara, della Namibia e di alcune altre regioni), e quindi è utile considerare la densità della popolazione dell’Africa abitabile. Ad esempio l’Egitto, considerato interamente, ha una densità di 90 abitanti per Km quadrato, ma la sua parte abitabile (le zone vicine al Nilo) ha una densità di 2000 abitanti per Km quadrato, e non a caso non è autosufficiente in termini di derrate alimentari.

Molti paesi africani sono già densamente popolati: Burundi e Ruanda hanno 450 abitanti per Km quadrato. L’Etiopia ha 100 milioni di abitanti. La Nigeria quasi 200 milioni e, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite nel 2100 ne avrà 750 milioni, cioè 2 volte e mezzo in più degli USA, che hanno una superficie 10 volte maggiore.
La Nigeria, con 7,6 figli per ogni donna, detiene il record mondiale di fertilità. Di questo passo l’Africa, che oggi ha 1,3 miliardi di abitanti, nel 2100 ne avrà quasi il triplo, cioè 4 miliardi di abitanti, venti volte in più rispetto al 1950.

Con 4 miliardi di abitanti, l’Africa abitabile avrà così 200 abitanti per Km quadrato, più dell’Asia (170 ab. per Km quadrato).  L’urbanizzazione di aree scarsamente popolate equivarrebbe a distruggere ciò che resta della natura, in particolare le foreste dell’Africa equatoriale e la grande fauna che ancora oggi il continente preserva.

4) “Il problema non è la sovrappopolazione, ma lo stile di vita. Un cittadino del Mali o dell’Etiopia rispetto a uno statunitense o un europeo inquina e consuma risorse naturali fra le 40 e le 200 volte in meno.”

Sono entrambi argomenti importanti e non c’è alcun motivo di occuparsi solo di uno solo dei due. Tanto più che fra i due quello più importante è la sovrappopolazione. Occuparsi solo dello stile di vita è sicuramente insufficiente per due motivi:

– Gli stili di vita più dispendiosi oggi riguardano solo una minoranza degli abitanti del pianeta: un solo miliardo su 8 miliardi (popolazione che la Terra avrà di questo passo nel 2025). Chiedere una frugalità generale significa chiedere a miliardi di poveri di rimanere poveri. Se vogliamo che le popolazioni attualmente povere diventino benestanti senza aumentare l’impatto ambientale è matematicamente obbligatorio far sì che decrescano numericamente.

– I rapporti d’impatto ecologici fra terzo mondo e primo mondo sono spesso sopravalutati. Di sicuro sono sopravalutati per l’aspetto alimentare, per ovvie ragioni fisiologiche (non è che un europeo mangia 100 volte in più di un etiope). Inoltre un confronto fra i casi estremi non serve a rendere l’idea della reale situazione: è molto più rappresentativo un confronto fra lo standard di vita del 20% più povero del pianeta con quello del 20% più ricco. Da questo confronto emerge che i rapporti sugli impatti ecologici non sono di 1 a 40 e tanto meno di 1 a 200, ma di 1 a 5. E va considerato il clima, che nei paesi del nord genera una maggiore esigenza di energia per il riscaldamento.

OBIEZIONI DEL TIPO “C’È SOVRAPPOPOLAZIONE IN ALCUNE REGIONI, MA IL PROBLEMA SI RISOLVE DA SÉ

5) “Il tasso di crescita della popolazione è in costante calo, presto si stabilizzerà, e non sarà più un problema.”

La sovrappopolazione e le sue problematiche conseguenze sono già una realtà. Quindi non è sufficiente che la popolazione aumenti sempre meno. È necessario non aumenti per nulla, e che anzi diminuisca.

Comunque, se proprio vogliamo parlare di velocità di crescita, possiamo fare alcune considerazioni. Prima della rivoluzione industriale in tutto il mondo c’erano alta mortalità e alta natalità, e queste erano più o meno equilibrate. Con la rivoluzione industriale nei paesi in via di sviluppo si sono abbassati mortalità e natalità: è il famoso meccanismo di transizione demografica. Ma oggi le due cose sono assai lontane dal compensarsi a vicenda. La diminuzione della mortalità ha un effetto doppio rispetto alla riduzione della natalità, perché le persone in più che vivono raggiungono l’età fertile, e così cresce il numero assoluto di figli.

È vero che con l’avanzare della transizione demografica la popolazione cresce man mano più lentamente, come accade da 50 anni (siamo passati da una crescita del 2,1% l’anno nel periodo 1965-1970 a una crescita dell’1,1-1,2% all’anno di oggi). Ma non per questo c’è da essere ottimisti: questo calo del tasso di crescita riguarda un periodo relativamente piccolo, che ha rappresentato un’eccezione. Per capirlo basta allargare lo sguardo e guardare il tasso annuale di crescita di 100 anni fa, che era dello 0,5%. Rispetto a questo nel 2016 il tasso di crescita annuale era doppio. Allargando ancora lo sguardo possiamo considerare che tra l’anno 1 e il 1800, quando è stato raggiunto il primo miliardo di abitanti del mondo, il tasso di crescita era inferiore allo 0,1%. E nei secoli e millenni precedenti era ancora più basso.

Al di là di tutto questo, come già detto, il dato più importante è la crescita assoluta. Il tasso dell’1,1% di oggi si applica a una popolazione che è più del doppio rispetto agli anni ‘60. Fra il 1960 e il 1970, una crescita dell’1,1% significava una crescita di 70 milioni all’anno. Una crescita dell’1,1% oggi significa un aumento di più di 80 milioni all’anno. Non bisogna farsi ingannare da numeri apparentemente piccoli: l’1,1% di crescita annuale significa un raddoppio della popolazione nell’arco di 64 anni.

Per quanto riguarda la stabilizzazione della crescita, quando avverrà? Le previsioni del passato si sono rivelate troppo ottimistiche.

Nel 2000 si parlava dell’anno 2050 o poco più tardi.
Oggi si stima che avverrà solo intorno all’anno 2100.

Sempre a proposito di previsioni, quale sarà la popolazione mondiale nel 2050?

Nel 2009 l’ONU prevedeva 9,1 miliardi.
Nel 2011 l’ONU si è corretta: 9,3 miliardi.
Nel 2013, nuova correzione: 9,6 miliardi.
Nel 2015, nuova correzione: 9,7 miliardi.

E nel 2100, quanti saremo?
Nel 2010 le Nazioni Unite prevedevano 10,1 miliardi.
Nel 2019 sempre le Nazioni Unite prevedevano 11,2 miliardi.

6) “La natura ha sempre ripristinato l’equilibrio!”

Sì, e lo ha fatto lasciando morire di fame gli animali che non avevano abbastanza cibo con cui nutrirsi o spazio da abitare. La parola “natura” evoca qualcosa di bello quando guardiamo un bel panorama o un tenero gattino, ma quando parliamo di ripristino dell’equilibrio, ricordiamoci che esso comprende la cosiddetta legge della giungla, a cui l’essere umano si è voluto comprensibilmente sottrarre per creare la civiltà. Civiltà significa, in questo caso, fare l’opposto di quello che fa la natura, cioè evitare più possibile conflitti, sofferenza e morte precoce. Così come preferiamo usare la medicina per salvare la vita a una persona con cui la natura non è stata clemente, è bene non lasciare che sia la natura a ristabilire l’equilibrio demografico con guerre e carestie: meglio una pianificazione razionale e pacifica.

7) “La crescita demografica dei paesi del sud, attraverso la migrazione, consentirà ai paesi del nord di compensare il declino della fertilità.”

Non c’è alcun bisogno compensare il declino demografico dei paesi del nord, perché non si tratta di un male, ma di un bene: i paesi del nord sono già densamente popolati, più di quanto siano mai stati nei decenni precedenti. Uniche eccezioni sono Canada e Russia, paese, quest’ultimo, in cui comunque la disoccupazione è altissima e in cui un incremento demografico la farebbe peggiorare.

Inoltre si stima che nel 2100 il calo demografico del nord del mondo ammonterà a 100 milioni di persone, molto meno dei 3 miliardi che rappresentano la crescita dell’Africa se verrà mantenuto l’attuale ritmo.

8) “Il problema della sovrapopolazione sarà risolto da una grande guerra o da un’epidemia.”

Sarebbe decisamente immorale fare affidamento a questo tipo di soluzione, che va in direzione opposta rispetto a quanto vogliamo ottenere con la nostra campagna. L’esplosione demografica costituisce un grave fattore che facilita la competizione nell’accaparramento delle risorse e la destabilizzazione di società, e quindi guerre. Ma il problema della sovrappopolazione dev’essere risolto con la volontà e senza sofferenza, non favorendo o auspicando catastrofi.

E comunque, ad eccezione della grande peste del XIV secolo, che probabilmente eliminò fra il 5 e il 10% dell’umanità, né una guerra né un’epidemia hanno mai influenzato in modo determinante la popolazione mondiale nel corso della storia delle grandi civilità. I periodi di guerra sono stati spesso seguiti da un aumento demografico che compensava largamente i decessi e la mancanza di nascite dovuta al conflitto. Ad es. il XX secolo ha visto contemporaneamente l’epidemia di influenza cosiddetta “spagnola”, le due guerre mondiali, e l’esplosione demografica più grande, sia in termini relativi che assoluti, con un quadruplicarsi della popolazione (+4,4 miliardi di abitanti).

OBIEZIONI DEL TIPO “SE LA POPOLAZIONE DIMINUISCE NASCERANNO NUOVI PROBLEMI”

9) “La diminuzione della popolazione danneggerà le imprese, che avranno meno clienti. Anche se si tratta di persone sottopagate o disoccupate un minimo consumano e acquistano comunque, favorendo l’economia”

I soldi spesi dalle persone disoccupate provengono dal welfare o dai loro genitori. Nel primo caso si tratta di soldi prelevati tassando le aziende stesse (non solo quelle che vendono beni e servizi a queste persone). Nel secondo caso si tratta di soldi di cui i genitori avrebbero diritto di tenere per sé per potersi permettere, in età avanzata, una badante o una casa di riposo senza bisogno di chiedere soldi allo stato. Se parliamo di bambini certo, questi determinano indubbiamente un indotto. Ma di nuovo, si tratta di soldi del welfare e quindi provenienti dalla tassazione se i genitori sono poveri, oppure si tratta di soldi che i genitori, se non avessero avuto figli, avrebbero comunque speso, pur diversamente, oppure soldi che avrebbero messo da parte per un bisogno futuro. Non si può sperare che una persona bisognosa di mettere soldi da parte per il futuro debba rinunciare a farlo per necessità di crescere dei figli.

10) “Se la popolazione decresce non ci saranno sufficienti lavoratori che pagheranno le pensioni!”

Da decine di anni è in aumento la percentuale disoccupati. Quindi far decrescere la popolazione non significa diminuire il numero di persone che in futuro lavoreranno e verseranno i contributi pensionistici. Piuttosto significa diminuire il futuro numero di disoccupati, che non verseranno alcun contributo e in più, raggiunta una certa età, riscuoteranno comunque una seppur minima pensione, e nel corso della loro vita beneficeranno di beni e servizi pagati dai contribuenti.

Inoltre, al di là della questione della disoccupazione, basare la tenuta del sistema pensionistico sua strategia secondo cui ogni fascia di età è più numerosa della precedente significa creare una spirale senza fine, come in uno schema Ponzi, rimandando la soluzione di un problema che si ripresenterebbe successivamente in scala sempre più grande.

11) “Chi si prenderà cura degli anziani? L’invecchiamento della popolazione renderà la popolazione sempre meno dinamica!”

Non ci sono prove che un paese con un’età media più elevata sia meno dinamico. I paesi più sviluppati sono quelli che generalmente hanno una popolazione più anziana. La cura degli anziani può migliorare con un’adeguata allocazione di risorse. Pensare di poterlo fare generando più figli è totalmente irrazionale e peggiorerebbe solo le cose: i giovani di oggi saranno gli anziani di domani, che quindi a loro volta richiederanno più cure. In un contesto di disoccupazione cronica come quello attuale certo non manca il personale che si può prendere cura degli anziani.

OBIEZIONI DEL TIPO “SONO BEN ALTRE LE QUESTIONI DI CUI DOBBIAMO OCCUPARCI”

12) “Dobbiamo occuparci dello sviluppo, prima!”

No. Dobbiamo occuparci dello sviluppo non prima, ma contemporaneamente. Lo sviluppo è necessario per contrastare la povertà, ma se tutti i paesi sovrappopolati del mondo avessero uno sviluppo pari a quello dei paesi benestanti (che stanno diminuendo la loro popolazione), aumenterebbero enormemente i danni ambientali. La Cina ha un fortissimo impatto sull’ambiente perché si sta avvicinando a un livello di sviluppo nord-occidentale, e al tempo stesso ha una popolazione enorme (seppure in decrescita), tanto da portarla a cercare terre in tutto il mondo per sfamare i suoi abitanti.

Lo sviluppo di una nazione è deleterio per tutto il mondo se non è accompagnato dal rispetto dell’ambiente, che va di pari passo con la moderazione demografica.

Inoltre la crescita demografica ostacola lo sviluppo, come si vede in Africa, in cui molti paesi non riescono a soddisfare le esigenze in termini di istruzione, formazione e salute, e hanno perfino difficoltà a garantire la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture minime necessarie all’economia.

13) “Ma i dati dicono che col crescere dello sviluppo diminuisce la fertilità!”

Sì, ma dicono anche che non è abbastanza. Per ridurre la fertilità è assolutamente insufficiente affidarsi al fatto che le persone dei paesi più sviluppati, e quindi più istruiti, pensano più razionalmente e pianificano la propria famiglia in base alle proprie possibilità economiche. Le campagne per l’educazione alla moderazione della fertilità, dovendo risolvere un problema urgente e che peggiora ogni giorno, devono essere condotte subito e in modo specifico. Non si può semplicemente sperare che fra 10 o 15 anni, grazie al maggiore benessere (peraltro difficile da raggiungere per via della sovrappopolazione) aumenti la scolarità, poi di conseguenza l’elasticità mentale nelle future generazioni e sperare che poi di conseguenza maturi un qualche atteggiamento razionale che porti a una pianificazione responsabile. Il messaggio deve arrivare adesso, anche e soprattutto alle persone povere e poco istruite.

14) “È necessario prima affrontare il problema della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza!”

No, non è necessario farlo prima. È necessario farlo contemporaneamente. Il grande errore dei nostri tempi è proprio questo: la ridistribuzione della ricchezza, di per sé ottimo intento che darebbe maggiore stabilità delle nostre società, viene perseguita dimenticando l’opportunità di risolvere la sovrappopolazione. È un atteggiamento problematico per due motivi:

– la demografia responsabile è indispensabile per ottenere una più equa distribuzione della ricchezza, perché la disoccupazione generata dalla sovrappopolazione diminuisce il potere contrattuale dei lavoratori dipendenti e quindi il loro salario, e perché i genitori lasceranno in eredità una quantità minore di beni per ogni figlio quanto maggiore sarà il numero di figli;

– se l’unico cambiamento rispetto alla situazione attuale fosse un’equa distribuzione della ricchezza, i danni ecologici si moltiplicherebbero, perché tutti avrebbero una pur modesta automobile e usufruirebbero dei vari oggetti e servizi che consumano energia, ad es. gli elettrodomestici; a livello globale il consumo di risorse aumenterebbe, perché l’impronta ecologica è principalmente legata al consumo delle classi medie.

15) “Per ridurre la fertilità è sufficiente migliorare la condizione delle donne tramite l’istruzione!”

No, non è sufficiente. È una delle cose da fare, non l’unica. Non si dovrebbero più sentire frasi come “Lo so che i miei figli sono tanti, ma mio marito li vuole, che ci posso fare?”. Questo non toglie che l’educazione a una moderazione della fertilità possa essere dedicata anche agli uomini. Tutti devono essere consapevoli dei problemi che la sovrappopolazione porta al mondo, alle nazioni e alle famiglie. La cosa migliore è responsabilizzare tutti, nessuno escluso.

16) “L’agroecologia sarà in grado di alimentare anche 20 miliardi di persone!”

I principi dell’agroecologia sono già stati applicati in passato. Alcuni sono convenienti e quindi si usano ancora oggi: rotazione delle colture, coltivazione sullo stesso appezzamento di terreno di produzioni di diverso tipo, scelta delle culture a seconda del tipo di terreno, minor utilizzo possibile di acqua. Altri principi dell’agroecologia venivano applicati in passato semplicemente perché consistono nel non usare ciò che al tempo non esisteva: fertilizzanti chimici e sofisticati macchinari. Si tratta di una rinuncia che oggi sarebbe certo non funzionale a nutrire più persone, e anzi diminuirebbe la produzione. Quindi no, l’agroecologia non permette né permetterà di alimentare 20 miliardi di persone.

I sostenitori dell’agroecologia come soluzione al problema della fame nel mondo basano la loro proposta su un sistema ideale, utopistico, in cui la produttività si ottiene estendendo al mondo intero esperienze svolte in piccola scala, su culture specifiche e in condizioni ottimali, con operatori sempre motivati e competenti, in un contesto economico protetto. Ma la realtà del mondo agricolo è complessa: c’è da tenere conto di competenze diseguali, terreni inadatti, vincoli economici, guerre, dittature, eventi climatici eccezionali.
Infine, di nuovo, non esiste solo la questione di sfamare tutte le persone presenti nel pianeta. Occorre farle vivere in armonia con l’ambiente, senza che per coltivare sempre di più si abbattano altre foreste. A questo la coltivazione non intensiva non contribuisce più di quella industriale.

Sarà un’ottima cosa aumentare la pratica dell’agroecologia, ma potremo permetterci di farlo solo dopo che la popolazione mondiale sarà diminuita di molto.

17) “Con gli alimenti che il primo mondo spreca potrebbero essere sfamati i paesi poveri!”

No, per niente. Se anche riuscissimo nell’impossibile impresa di eliminare gli sprechi nel primo mondo, questo non sarebbe di alcun aiuto al terzo mondo. Viene istintivo, a un primo sguardo superficiale, pensare che il cibo sprecato nel primo mondo potrebbe essere spedito nel terzo mondo. Ma se consideriamo la deperibilità dei prodotti e i costi dei trasporti, ci accorgiamo che è impraticabile. Ha invece senso inviare ai paesi poveri denaro per finanziare iniziative locali (molto meglio se per mettere questi paesi in condizione di autosostentarsi da un certo momento in poi piuttosto che fornire un aiuto a breve termine, che dev’essere costantemente ripetuto).

Lo spreco è una cosa antipatica, ma è inevitabile dove c’è benessere. I livelli di spreco sono il risultato dell’industrializzazione dell’agricoltura, che ha fortunatamente ridotto i costi di produzione, consentendo a un numero maggiore di persone di alimentarsi senza cadere in povertà. Anche volendo vedere isolatamente lo spreco come qualcosa di fastidioso, non si può fare a meno di notare che se la popolazione aumenterà, si produrrà più cibo, quindi anche lo spreco aumenterà, secondo logiche che riguardano l’economia sia aziendale che familiare: la causa principale degli sprechi è il prezzo basso dei cibi, in particolare quelli confezionati, gran parte dei quali viene buttato via perché il costo della sua prolungata conservazione sarebbe maggiore del guadagno ricavabile dalla vendita. Dal punto di vista economico, e talvolta anche ecologico, è meglio accettare che ogni tanto, per un errore di valutazione, capiti di buttare via del cibo rispetto a imporre una rigorosa precisione nella quantità di cibo da comprare, il che comporterebbe dover prendere più spesso l’automobile per andare a fare la spesa. Analogamente per un supermercato rischiare di esaurire le scorte significherebbe rischiare di scontentare i propri clienti, e siccome è impossibile bilanciare con estrema precisione domanda e offerta, e fare tanti piccoli ordini sarebbe impossibile e sconveniente da un punto di vista logistico, economico e ecologico, l’azienda preferisce per sicurezza eccedere nelle quantità di alimenti ordinati al grossista, sapendo che parte di essi supereranno la data di scadenza senza essere acquistati e verranno quindi buttati via.

Il tutto non costituisce alcuno svantaggio né mancato vantaggio per i paesi poveri.

Altro discorso sono le iniziative locali: ad esempio a volte i clienti di un supermercato possono mettere alcuni dei prodotti alimentari appena acquistati in un apposito contenitore situato vicino all’uscita, che serve alla raccolta di cibo destinata agli indigenti della stessa città. Inoltre le associazioni che localmente si occupano di indigenti possono ricevere in dono dai supermercati prodotti che hanno oltrepassato la data del termine minimo di conservazione (concetto diverso da “data di scadenza”).

Tutto questo non c’entra con l’eliminazione degli sprechi a favore dei paesi del terzo mondo e tanto meno è un argomento che autorizza a sottovalutare il problema della sovrappopolazione.

18) “Meglio 5 figli istruiti che uno scarsamente alfabetizzato!”

Questa obiezione è frutto della curiosa formulazione di ipotesi a senso unico, come se non ci potesse essere una famiglia con un bambino ben istruito o una famiglia con 5 figli somari e insensibili ai temi ecologici. In realtà anche queste sono ipotesi possibili: non c’è alcun motivo di supporre che i genitori di piccole famiglie educhino peggio i loro figli. Quindi ha senso solo confrontare l’impatto ambientale delle due famiglie supponendo che l’educazione dei figli sia la stessa. Semplicemente 5 persone inquinano più di una. E se da adulti i figli ripetono lo stesso comportamento dei genitori, nel primo caso avremo un nipote, mentre nel secondo caso avremo 25 nipoti, con un impatto ambientale 25 volte maggiore.

OBIEZIONI DEL TIPO “INTERVENIRE SULLA DEMOGRAFIA È INGIUSTO E DANNOSO”

19) “I poveri hanno solo la prole come ricchezza! Non possiamo stigmatizzarli!”

Non si tratta di stigmatizzarli, ma di risolvere un problema che affligge prima di tutto loro stessi. È possibile farlo attraverso l’educazione alla razionalità nella pianificazione familiare e attraverso l’educazione all’uso degli anticoncezionali. Quanto a quest’ultimo aspetto, è comprensibile (di nuovo, non si tratta di una stigmatizzazione, ma di una constatazione) che fra le persone meno istruite la cultura dei contraccettivi sia poco diffusa, e che al tempo stesso sia impossibile arrestare su larga scala uno dei pochi passatempi disponibili. È quindi fra l’altro una buona forma di beneficenza finanziare la distribuzione di contraccettivi nei paesi poveri.

Il fatto che i poveri siano portati a pensare di avere solo la prole come ricchezza evidenzia il bisogno di un cambiamento. In effetti pensando ai paesi sottosviluppati di solito si ha in mente questo tipo di scenario (più o meno veritiero, a seconda della nazione considerata):

– i figli non costano quasi nulla, perché non vanno a scuola e anzi sono utili perché aiutano nell’agricoltura

– il sistema pensionistico non esiste o è molto carente e quindi i figli sono i soli che aiuteranno i genitori quando saranno vecchi

– la mortalità infantile è alta, quindi conviene fare molti figli sperando che almeno alcuni di loro sopravvivano.

È ingiusto che i più poveri si vedano costretti alla strategia di fare figli in quanto strumenti per avere una vecchiaia serena o una manovalanza a basso costo. E oltre a essere ingiusto provoca il problema della sovrappopolazione (che va di pari passo con una maggiore povertà delle generazioni successive) e lo fa molto più che in passato: poiché la mortalità infantile, negli ultimi decenni si è abbassata, molti più figli raggiungono l’età della riproduzione, quindi abbiamo non un semplice aumento di persone, ma un aumento di persone che generano altre persone. La diminuzione della mortalità infantile è stata la principale causa dell’esplosione demografica. È stato ed è un fattore che ampiamente compensa e anzi di gran lunga sovrasta la relativamente piccola diminuzione dei figli per ogni coppia.

Alla triste e dannosa strategia dei figli come strumenti, è certamente preferibile la ricerca di un sistema scolastico che garantisca a tutti i bambini e ragazzi una buona istruzione, un buon sistema pensionistico e delle politiche di welfare per i meno abbienti.

20) “I contraccettivi presentano svantaggi ambientali e sanitari!”

Vero, i contraccettivi chimici (pillole, iniezioni, cerotti) possono dare problemi di salute. Danno anche problemi ambientali in quanto gli impianti di trattamento delle acque reflue (quando presenti) hanno difficoltà a farli scomparire, e sembra che la fauna dei nostri fiumi e laghi ne sia già vittima, in particolare gli anfibi (in cui sono stati notati cambio di sesso e altre anomalie dello sviluppo). Inoltre gli involucri dei preservativi (in plastica o alluminio) ci mettono molto tempo a degradarsi in natura. La sterilizzazione chirurgica pone comprensibili problemi di accettazione, dato che ha conseguenze definitive (o reversibili con un nuovo intervento).

Ma non usare contraccettivi oggi porta a conseguenze peggiori, cioè un aumento della popolazione che prima o poi dovrà avere una limitazione. Se questa limitazione verrà limitata in futuro, quando il numero di esseri umani sarà molto maggiore di adesso, dovranno essere usati molti più contraccettivi di quanto necessario oggi.

È senz’altro necessario non rinunciare ai contraccettivi, ma promuovere la ricerca scientifica per eliminare o attenuare più possibile i problemi della contraccezione, essendo questa di fatto assolutamente necessaria; con questo non concordano cattolici e militanti di altre religioni, la cui speranza è convincere miliardi di persone ad avere rapporti sessuali solo quando si vuol fare figli, il che è con tutta evidenza pura utopia.

21) “È una questione privata: lo Stato non deve interferire!”

Il numero di abitanti di una nazione o di un pianeta sono questioni non solo private, ma con tutta evidenza anche collettive, dato il peso delle conseguenze. Ma anche volendola trattare come una questione solamente privata si dovrebbe eliminare l’attuale coinvolgimento dello stato attraverso politiche fiscali e sociali: in molti stati i contribuenti sono obbligati ad aiutare le famiglie con più figli con assegni familiari, agevolazioni per le mense e riduzioni della tariffe per vari servizi pubblici. L’istruzione dei figli è gratuita indipendentemente dal loro numero in una famiglia. Quindi più figli una famiglia ha, più i contribuenti sono costretti a pagare per loro l’istruzione.

Ciò dovrebbe far pensare ala necessità di una certa moderazione; di sicuro è necessario non aggiungere all’infinito altre forme di vantaggio per le famiglie numerose. Ridurre, come sarebbe opportuno fare, determinati incentivi, non significa coinvolgere lo stato in maniera maggiore, ma minore.

È assurdo che su una Terra dove l’umanità ha raddoppiato la sua forza lavoro in soli 45 anni, gli stati prelevino tasse per incentivare la nascita di più figli, penalizzando invece chi ne ha pochi. Né logica né giustizia hanno a che fare con gli obiettivi di chi vuole incentivare la fertilità.

22) “Chi sostiene la limitazione delle nascite vuole una politica autoritaria, come quella del figlio unico in Cina!”

Tutto il contrario: chi vuole limitare le nascite ha l’obiettivo di evitare che regimi autoritari diventino in futuro una necessità. In Cina la politica del figlio unico (in vigore fino al 2013 e poi sostituita con elevate sanzioni in caso di un terzo figlio) fu attuata dopo i risultati catastrofici della cultura natalista promulgata dal regime di Mao Tze-Tung, che aveva rischiato di portare il paese al collasso. Se diamo il via libera alla fertilità, in futuro sempre più governi del mondo, sopraffatti da questo problema, potrebbero vedersi costretti a politiche simili, con tutti gli orrori connessi: violazione della libertà, aborti forzati, infanticidi. Se invece oggi conduciamo politiche di incentivazione non coercitive per ridurre la natalità, è molto più probabile che limiteremo l’uso di metodi autoritari in un secondo momento. In un modo o nell’altro, essendo la Terra una superficie limitata, dovremo fermare la nostra crescita. Farlo lentamente oggi e su base volontaria ci risparmierà il compito di doverlo fare domani forzatamente.

OBIEZIONI DEL TIPO “INTERVENIRE SULLA DEMOGRAFIA È IMPOSSIBILE”

23) “Le persone non vogliono affrontare questo argomento, che le fa sentire irritate e offese!”

Ma meno di quanto si potrebbe temere. La maggior parte di persone è in grado di intendere la natura del problema della sovrappopolazione, se adeguatamente spiegato, e il necessario equilibrio fra libertà individuale e vincoli collettivi. C’è un grosso divario fra gran parte dell’opinione pubblica, che non avrebbe problemi a discutere obiettivamente su questo argomento, e la posizione natalista, dichiarata della maggior parte dei politici, verosimilmente in malafede e al solo scopo di compiacere chi ha voglia di seguire il proprio istinto di fare quanti figli vuole indipendentemente da tutto. Molte persone già sono preoccupate dal rischio di lasciare ai propri figli un mondo invivibile. L’idea di una moderazione demografica è quindi pronta per essere accettata dal pubblico, più di quanto creda la maggioranza dei leader politici. Nonostante l’opposta propaganda politica e religiosa, la riduzione della fertilità, pur in misura insufficiente, si sta già verificando in un certo numero di paesi sviluppati, Europa e Giappone in particolare.

24) “Le maggiori religioni, seguite da miliardi di persone, sono nataliste, quindi la diffusione della moderazione della fertilità è destinata a fallire!”

Non è detto. Nonostante di solito gli alti esponenti delle religioni più diffuse non si dicano d’accordo sulle politiche della moderazione della fertilità, analizzando i dogmi di quelle religioni si scopre che con tale moderazione essi non sono in contraddizione.

Comunque tutto questo è secondario. Le persone che davvero si comportano secondo la religione che dicono di professare sono in realtà poche (basti pensare a quanti sedicenti cattolici obbediscono al comandamento di santificare le feste ogni domenica, o arrivano vergini al matrimonio, o rinunciano a divorziare). La stragrande maggioranza di persone che dicono di appartenere a una religione in realtà forzano l’interpretazione dei dogmi di quella religione a seconda di come a loro piace comportarsi.

Dunque, più che affrontare la religione c’è da affrontare il fatto che semplicemente le persone vogliono fare figli. Ad esempio nessun cattolico, anche fra i più religiosi, fa figli per obbedire al comando “andate e moltiplicatevi” (fra l’altro pensandoci bene secondo la versione cattolica della Bibbia questo comando è stato dato da Dio a due persone, non necessariamente era rivolto a tutta l’umanità di tutte le generazioni future). Fare figli è, per la maggior parte delle persone, un istinto naturale, che solamente dopo viene eventualmente giustificato con argomentazioni religiose o di altro tipo.

La variabile importante non è la religione, ma l’istruzione: in media le persone più istruite tendono a fare figli solo se possono permetterselo economicamente, mentre le persone meno istruite fanno figli senza curarsi di questo aspetto.

L’educazione alla moderazione della natalità ha quindi poca presa sulle persone che hanno un’età alla quale, secondo le usanze della propria nazione, solitamente si fanno figli. Infatti si tratta di un’età in cui il percorso di studi si è concluso, ammesso che un qualche percorso di studio sia stato intrapreso, e queste persone non sono affatto disposte a riconoscere la necessità di una decrescita della popolazione se questo è per loro un argomento nuovo, o comunque non sono disposte ad agire di conseguenza (verrebbe da dire che anziché al bene della collettività antepongono la propria famiglia, ma in realtà è anche la propria famiglia a subire danni derivanti da un inadeguato numero di figli). Maggiori speranze possiamo riporre sulla sensibilizzazione e sull’istruzione dei più giovani.

In ogni caso, la divulgazione dell’opportunità di una moderazione della natalità e dei danni che le nostre nazioni e il nostro pianeta stanno avendo e potranno avere in futuro, ha senso che sia rivolta a chiunque ed ha senso che inizi da subito, sperando di raggiungere ed educare il maggior numero di persone possibile: religiosi e non, adulti e giovani.

25) “Ormai è troppo tardi per agire!”

Certo che se a partire dagli anni ‘50 tutte le nazioni del mondo avessero cominciato a occuparsi della sovrappopolazione sarebbe stato molto meglio. Non possiamo sapere se vincerà l’intelligenza e lo spirito di responsabilità di chi ha capito il problema o l’ignoranza e l’ideologia dei natalisti. Sta di fatto che non abbiamo scelta: dobbiamo provare a rendere ancora possibili il benessere dell’ambiente e dell’umanità. Prima agiamo, meno drastici e liberticidi dovranno essere i rimedi da applicare.

OBIEZIONI AD PERSONAM E ALTRE SCIOCCHEZZE

26) “Chi sostiene la limitazione delle nascite prende a modello Malthus, una persona odiosa e che ha fatto previsioni errate!”

Per migliorare il nostro mondo non è certo sufficiente leggere Malthus. Detto questo, alcune idee di Malthus sono condivisibili, in particolare l’impossibilità di fornire beni durevoli (soprattutto il cibo) in quantità sufficiente per una popolazione in crescita in un mondo di dimensioni limitate, in cui inevitabilmente le risorse non crescono allo stesso ritmo del numero dei suoi abitanti. Il progresso tecnico ha permesso per molto tempo uno sfruttamento più intensivo delle risorse del pianeta, e la possibilità di spostare in avanti i limiti che Malthus aveva previsto. Il ritardo con cui si sono verificate le condizioni previste da Malthus permise ai suoi detrattori di dire che aveva torto, ma oggi i numerosi problemi ecologici, le tensioni sullo sfruttamento delle materie prime, l’inquinamento e le migrazioni stanno dimostrando che questi limiti sono ormai stati raggiunti. Per quanto riguarda la questione della povertà, su cui è stato ampiamente criticato, c’è da dire che nella sua opera più importante, “Saggio sul principio della popolazione” Malthus e il co-autore Jean-Paul Marechal sono stati tutt’altro che cinici.

27) “Chi sostiene la limitazione delle nascite odia i bambini ed è misantropo!”

Al contrario, la diffusione dell’opportunità di moderare la natalità nasce soprattutto dal desiderio di dare un futuro migliore a tutti, in particolare alle generazioni future. Meglio pochi, ma felici. Meglio pochi, ma con la possibilità di fare figli a loro volta senza sovraffollare il pianeta. Non si tratta certo di rifiutare i figli in toto. Ad esempio ha figli la stragrande maggioranza dei membri di “Demographie responsable”, un’associazione francese per la divulgazione della moderazione della natalità.

28) “Chi vuole limitare le nascite è per l’eugenetica!”

L’eugenetica non c’entra nulla. L’eugenetica consiste nel selezionare individui nascituri basandosi su particolari caratteristiche considerate preferibili dalla società o dai genitori. La moderazione della fertilità invece riguarda il numero di persone e non alle loro caratteristiche o alla loro selezione. Da notare, fra l’altro, che nel corso della storia i movimenti eugenetici di vari regimi autoritari erano natalisti.

29) “Se non facciamo figli noi li faranno solo gli immigrati… così ci sarà una sostituzione etnica!”

Tutti sappiamo che esiste la xenofobia, ma più che a uno xenofobo medio questa obiezione fa pensare a una becera battuta detta in stato di ebrezza. È ovviamente auspicabile che nessuno voglia fare o voglia incitare a fare figli con lo scopo di diluire l’eccessiva presenza di figli di immigrati.
Piuttosto, per gli stessi motivi, tutte le persone, immigrati e non, devono essere educati a una procreazione responsabile.

30) “Andremo su Marte!”

No, non andremo su Marte. Non sappiamo come farlo. Le modalità di propulsione, ad esempio, non sono cambiate in modo significativo dalla conquista della Luna. Non abbiamo inviato ancora una sola persona sul pianeta, nemmeno in nome della scienza. E più passa il tempo, più la possibilità di un viaggio del genere sembra allontanarsi. Anche se riuscissimo a progettare la strumentazione necessaria, il suo sviluppo costerebbe troppo. Per capirlo basti pensare che per far trascorrere a 12 uomini qualche ora sulla Luna, distante da noi 400mila km, sono stati spesi circa 200 miliardi di euro, e che Marte è a una distanza 1000 volte maggiore. È pura fantasia pensare di poterci portare qualche miliardo di persone affinché vi si trasferiscano stabilmente.

Inoltre Marte è decisamente inospitale: ha un’atmosfera non respirabile e molto meno densa di quella terrestre, quindi offre pochissima protezione da radiazioni ultraviolette, raggi cosmici e vento solare; non ha oceani, né fiumi, ha una gravità diversa dalla nostra, una temperatura molto più fredda dei nostri poli, e ha una quasi totale assenza di poli magnetici, quindi al costo del viaggio si dovrebbe aggiungere il costo della tecnologia per rendere l’ambiente marziano compatibile per la vita di umani e piante. Se proprio vogliamo immaginare un momento in cui Marte sarà reso un pianeta ospitale all’uomo, dobbiamo almeno ammettere che questo accadrà in un’epoca molto più lontana nel futuro rispetto ai danni che la sovrappopolazione arrecherà al nostro pianeta, parte dei quali sono del resto già presenti da tempo.

In ultimo, anche se Marte fosse vivibile, c’è da tenere conto che la sua superficie è ¼ di quella terrestre. Stando al nostro attuale tasso di crescita (+80 milioni all’anno), in pochi decenni avrebbe la stessa densità di popolazione che attualmente ha la Terra, e avrebbe quindi gli stessi problemi. Dunque esisterebbe un problema sia sulla Terra che su Marte.

Tutto questo vale a maggior ragione per tutti gli altri pianeti del sistema solare, ancora più inospitali. Rimarremo sulla Terra, unico pianeta del Sistema Solare adatto alla vita. È qui che dobbiamo trovare ed applicare le soluzioni.

31) “Ma in fondo le persone sono l’unica vera ricchezza di questo mondo!”

Una frase romantica, per quanto possa piacere, non smentisce i dati di fatto e non autorizza a ignorare i problemi. Più esseri umani significa a più ricchezza? Sempre, senza alcun limite, senza se e senza ma? Quindi va bene anche una popolazione di 100 miliardi, o 500 miliardi? Qualunque cosa, animale o persona rappresenti una ricchezza, anche preziosissima, può arrecare danno se in quantità eccessiva, per motivi comprensibili da chiunque sia disposto a usare un minimo di razionalità.

Per quanto si ami l’essere umano, per quanto grande possa essere il proprio desiderio di avere una famiglia numerosa, occorre guardare in faccia alla realtà: allo stato attuale il benessere degli umani è in contrasto col loro numero.

Usare della semplice retorica per giustificare la crescita incontrollata della popolazione, coi gravi svantaggi che porta e che porterà, è un comportamento irresponsabile.

Non ci vuole molto per capire che con tutta evidenza no, le persone non sono l’unica ricchezza: esiste un’altra ricchezza, che è l’intelligenza e la responsabilità del sapersi regolare.